Sepúlveda Luis - 1994 - La Frontiera Scomparsa by Sepúlveda Luis

Sepúlveda Luis - 1994 - La Frontiera Scomparsa by Sepúlveda Luis

autore:Sepúlveda Luis
La lingua: ita
Format: mobi
ISBN: 9788860884336
editore: Guanda
pubblicato: 2009-12-14T23:00:00+00:00


IV

La frontiera scomparsa

Sapevo che la frontiera era vicina. Un’altra frontiera, ma non la vedevo. L’unica cosa che interrompeva il monotono tramonto andino era il riflesso del sole su una struttura metallica. Lì finiva La Quiaca e l’Argentina. Di là c’era Villazón e il territorio boliviano. In poco più di due mesi avevo percorso la strada che collega Santiago del Cile a Buenos Aires, Montevideo a Pelotas, San Paolo a Santos, porto nel quale le mie possibilità di imbarcarmi alla volta dell’Africa o dell’Europa erano andate al diavolo.

All’aeroporto di Santiago i militari cileni avevano marchiato il mio passaporto con un’enigmatica lettera «L». Ladro? Lunatico? Libero? Lucido? Ignoro se la parola appestato inizia con elle in qualche lingua, il fatto è che ogniqualvolta lo mostravo a una compagnia di navigazione, il mio passaporto provocava ripugnanza.

«No. Non vogliamo cileni con una elle sul passaporto.»

«Può dirmi che diavolo significa la elle?»

«Andiamo. Lei lo sa meglio di me. Buona sera.»

Dovetti fare buon viso a cattiva sorte. Avevo tempo, avevo tutto il tempo del mondo, per cui decisi di imbarcarmi a Panama. Tra Santos e il Canale c’erano circa quattromila chilometri via terra, ma sono una sciocchezza per uno che ha voglia di andare.

Appollaiato a volte su corriere sgangherate o su camion, e a volte su treni lenti e svogliati, passai ad Asunción, la città della tristezza trasparente, eternamente spazzata dal vento desolato che si trascina fin lì dal Chaco. Dal Paraguay ritornai in Argentina, e attraverso lo sconosciuto paese di Humahuaca arrivai a La Quiaca con l’idea di proseguire il viaggio fino a La Paz. Poi, be’, avrei visto. L’importante era lasciar passare i tempi di paura nello stesso modo in cui le barche vanno in alto mare per sfuggire ai temporali costieri.

Mi sentivo perseguitato da quei tempi di paura.

In ogni città in cui mi ero fermato avevo fatto visita a vecchi conoscenti o avevo iniziato a stringere nuove amicizie. A parte rare eccezioni, tutti mi avevano lasciato l’animo amareggiato da un sapore uniforme: la gente viveva nella paura e per la paura. Ne faceva un labirinto senza uscita, accompagnava di paura le conversazioni, i pasti. Perfino i fatti più banali li rivestiva di un’impudica prudenza, e la notte non andava a letto per sognare giorni migliori, o passati, ma per precipitare nel pantano di una paura densa e tenebrosa, una paura di ore morte che all’alba la faceva alzare dal letto con le occhiaie e ancora più intimorita.

Una notte del viaggio la passai a San Paolo cercando di amare, sia pure alla disperata. Fu un fallimento, e l’unica cosa salvabile furono i piedi della mia compagna che cercavano i miei con un linguaggio onesto di pelle e d’alba.

«Come lo abbiamo fatto male», credo di aver detto.

«Sì. Come se ci stessero osservando. Come se usassimo corpi e tempi prestati dalla paura», rispose lei.

I piedi. Goffi e inetti, cercavano di abbracciarsi mentre ci dividevamo una sigaretta.

«Un tempo era così facile andare nel paese della felicità. Non era su nessuna cartina, ma sapevamo tutti come arrivarci. C’erano unicorni e boschi di marijuana.



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